• mercoledì , 28 Ottobre 2020

De profundis per la riforma dei mercati finanziari

La crisi dei debiti sovrani ha fatto passare in secondo piano, la questione cruciale della riforma dei mercati finanziari. Quando a rischio non sono più i bilanci delle banche e delle assicurazioni ma quelli degli Stati, è inevitabile che i riflettori delle autorità di governo e delle pubbliche opinioni si spostino. Tuttavia sarebbe sbagliato ritenere che lo scetticismo che circonda oggi, al di là e al di qua dell’Atlantico, la questione di una nuova regolamentazione dei mercati sia “colpa” della crisi dell’euro o dell’impennata del debito americano. La verità è che, dopo l’attivismo seguito al fallimento di Lehman Brothers nel 2008, i buoni propositi di riforma manifestatisi negli Stati Uniti come in Europa si sono scontrati con la crescente opposizione dei circoli finanziari e con la debolezza di leadership politiche alle prese con cicli elettorali sempre più brevi. Sotto questo profilo il fatto che nei prossimi due anni si voti negli USA e in mezza Europa non è certo di buon augurio.
La vicenda del Dodd Frank and Consumer Protection Act americano, certamente la più completa e coerente iniziativa di riforma in circolazione, è da questo punto di vista paradigmatica. Voluto dal Presidente Obama nel 2009 e approvato dal Congresso nel luglio dello scorso anno, le sue prescrizioni sono rimaste sostanzialmente sulla carta. La regolamentazione delle agenzie di rating non decolla e sotto questo profilo il declassamento del debito USA decretato da Standard and Poors ha avuto il sapore di una beffa per il Presidente. Il mercato dei derivati resta assolutamente opaco e fuori delle contrattazioni regolamentate. Ancora più complessa è risultata l’attuazione del previsto “resolution regime” che dovrebbe consentire l’ordinato fallimento delle istituzioni finanziarie evitando l’intervento dello Stato. Obama, che nel 2009 aveva bacchettato i banchieri (), oggi non se la sente di andare allo scontro con la lobby finanziaria soprattutto considerando che le elezioni sono alle porte. Così i repubblicani, che nel 2010 hanno riconquistato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e godono del favore della financial community, hanno detto no anche all’ampliamento del bilancio della Sec nonché alla prevista nuova Agenzia per la Protezione dei Consumatori che doveva esser una specie di fiore all’occhiello della riforma.
Il Financial Times, di cui è noto l’orientamento pro mercato, in un recente editoriale ha messo in guardia contro il rischio di passare, per effetto della crisi, dalla , la brama di onnipotenza dei banchieri liberisti, a una , una moltiplicazione di regole di stampo burocratico. Ma pur ammettendo che l’apparato regolamentare in Europa come in USA possa necessitare di uno snellimento, non pare questo il caso. Piuttosto gli obiettivi unanimente riconosciuti come giusti – maggiore trasparenza dei mercati, rafforzamento della vigilanza, creazione delle condizioni per il superamento della prassi del “too big to fail” – sembrano allontanarsi.
A tre anni dal fallimento di Lehman, l’Europa ha al suo attivo la creazione, a livello dell’Unione, di un sistema di vigilanza microprudenziale imperniato su tre authority di settore – bancaria, assicurativa e dei mercati – e una entità per la vigilanza macroprudenziale sui rischi sistemici (ESRC) centrata sulla BCE. Le altre proposte di riforma organica hanno vita difficile o vengono regolarmente impallinate dai circoli finanziari. E’ il caso per esempio della recente proposta lanciata nel Regno Unito dalla così detta Commissione Vickers di separare le attività di banca commerciale da quelle più rischiose di banca d’investimento. Secondo la Commissione voluta dal primo ministro Cameron il capitale degli istituti di credito andrebbe rafforzato oltre i livelli previsti da Basilea III mentre occorrerebbe accrescere la concorrenza del sistema a beneficio dei consumatori. Ma gli operatori della City hanno immediatamente alzato le barricate, affermando che i costi della separazione metterebbero in ginocchio il sistema bancario britannico. Non miglior sorte sta avendo la proposta del resto un po’ velleitaria di una Tobin Tax europea lanciata da Manuel Barroso.
Eppure la crisi in atto è partita dalla tecno finanza, con il suo corollario di moral hazard, sistemi bancari paralleli, prodotti tossici o speculativi che andrebbero disciplinati con più rigore e trasparenza (in Italia ad esempio è stata vietata, per le assicurazioni, l’emissione dei Credit Default Swap in quanto garanzie meramente finanziarie). Lì prima o poi occorrerà tornare se le leadership politiche occidentali, in crescente debito di ossigeno, ne avranno la forza.

 
Fonte: MF del 6 ottobre 2011

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