• sabato , 17 agosto 2019

Se la ricerca è al servizio della salute

La spesa sanitaria è diventata una componente di rilievo dei bilanci familiari e pesa su di loro direttamente, per l’assistenza privata richiesta, o indirettamente, per l’assistenza pubblica pagata tramite la tassazione. Nelle famiglie, quando la lotta per procurarsi cibo trova favorevole conclusione, il principale impegno si sposta sulla salute, investendo risorse per una vita più sana e lunga possibile. Questa tensione, unitamente agli avanzamenti della ricerca scientifica in materia, spingono verso l’alto la domanda di prestazioni sanitarie e la spesa relativa. In questo mercato opera quella che gli economisti chiamano “legge di Say o degli sbocchi”, secondo cui l’offerta crea la propria domanda. Una nuova scoperta nella diagnostica o nella cura di un male trova subito un crescente numero di richiedenti.
L’Ocse ha stimato una spesa sanitaria media nell’ordine del 9% del Pil; gli Stati Uniti registrano un massimo del 15,3%, la Turchia un minimo del 5,7% e l’Italia si colloca nella media, con la Germania e la Francia che la superano di circa due punti percentuali. Le spese alimentari, invece, incidono per il 16% sui bilanci delle famiglie americane e per il 18,8% in quelli delle famiglie italiane. Non è quindi infondato sostenere che la spesa sanitaria è destinata quanto meno ad affiancarsi alla spesa alimentare, fino a superarla, quale motore della crescita del reddito e dell’occupazione.
Nell’intero modello di sviluppo italiano non si è affermata la concentrazione della produzione in grandi imprese, mentre si sono distinte le piccole unità con i loro prodotti caratterizzati da elevata qualità e buon gusto (il made in Italy). Nonostante le sue peculiarità, il settore sanitario non fa eccezione e sono emerse forme di specializzazione che hanno portato a prodotti “di nicchia”, universalmente conosciuti e apprezzati. Un settore dove ciò è accaduto è senz’altro quello della ricerca scientifica e dell’applicazione pratica nel comparto dell’oftalmologia, che ha la sua punta di diamante nella Fondazione G.B. Bietti di Roma. Ideata nel 1984, è stata brillantemente presieduta da Mario Stirpe, allievo del professor Bietti, che ha raccolto l’eredità del maestro soprattutto nello spirito universalistico, da “cittadino del mondo”, che lo portava a intrattenere relazioni scientifiche con i maggiori studiosi esteri della materia.
Dopo una brillante laurea, Stirpe si è unito a un gruppo di studio guidato da Robert Machemer del Bascom Palmer di Miami e ha sperimento una tecnica, quella della rimozione del vitreo “a occhio chiuso”, attirando l’attenzione del mondo scientifico per aver salvato molti pazienti destinati alla cecità.
Da allora la ricerca di Stirpe e dei suoi collaboratori e allievi è continuata ininterrotta in importanti centri esteri e in Italia, estendendosi alla retinopatia diabetica proliferativa, al distacco regmatogeno di retina e ai traumi perforanti oculari, trovando accoglienza in centri pubblici e privati e ottenendo lusinghieri riconoscimenti. Proprio in virtù dell’attività svolta fuori dal Paese è stato eletto nel 2001 “Guest of Honour” dall’American Academy of Ophthalmology, cosa inusuale per oftalmologi di aree non americane.
Negli anni 1980 esplose in Italia il problema dei trapianti di cornea, operazioni allora non consentite dalla legge, che aveva indotto la magistratura a iniziare una serie d’indagini. Nel 1993, sotto la spinta della Fondazione Bietti, è stata promulgata una legge che legittima queste terapie chirurgiche, con il risultato che vennero a cessare i “viaggi della salute” di cittadini che, non trovando assistenza all’interno, si recavano all’estero per essere operati con questa tecnica. Sulla scia di questa decisione, Stirpe promuove una “Banca degli Occhi” che ha trovato accoglienza presso l’Ospedale San Giovanni di Roma.
Dal 1997 la Fondazione Bietti fa parte insieme ad altre istituzioni statunitensi dell’organizzazione del più importante Congresso Mondiale dell’Association for Research and Vision in Ophthalmology (Arvo) che si tiene ogni anno negli Usa e al quale partecipano oltre 10mila ricercatori mondiali. Attualmente l’Arvo è l’unico Congresso in cui vengono presentate in anteprima tutte le maggiori ricerche sperimentali, clinico-chirurgiche e farmacologiche che a distanza di anni saranno poi di dominio pubblico: è raro che una scoperta di rilievo nel settore oftalmologico non passi attraverso questo congresso.
In riconoscimento dell’attività scientifica svolta soprattutto nell’ultimo decennio, la Fondazione Bietti è stata chiamata, nella persona del suo presidente, a far parte negli Stati Uniti della Commissione di controllo per la ricerca nella degenerazione maculare senile e miopica, affezione considerata oggi come la maggior causa di cecità o ipoveggenza nei soggetti al di sopra dei 55 anni.
Alla fine degli anni 90 anche in Italia si prese coscienza del vantaggio di un sistema che offre un’operatività più agile come quella sperimentato per quasi 20 anni dalla Fondazione Bietti e molte istituzioni, anche universitarie, cercarono un passaggio verso questa forma istituzionale, che ha trovato accoglimento nel Decreto Legislativo 288/2003 che ha creato la figura degli Irccs (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico).
Sulla base dell’ampia mole di lavoro svolto in campo scientifico e del prestigio internazionale di cui gode, la Fondazione Bietti ha ottenuto il parere favorevole del ministero della Salute e l’approvazione della Conferenza Stato-Regioni per trasformarsi in questa nuova figura giuridica e, da quel momento, ha ricevuto numerose proposte che implicano il passaggio a un’attività lucrativa, unica in una Paese dove lo Stato non considera da tempo la ricerca scientifica un bene primario e i privati non hanno sviluppato la cultura delle donazioni. Tuttavia, nella determinazione di rimanere una Onlus, un’organizzazione senza fini di lucro, la Fondazione Bietti esplora nuove soluzioni attuabili in rapporto al suo nuovo assetto legale.

 
Fonte: Sole 24 Ore del 17 settembre 2011

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