• domenica , 15 dicembre 2019

Con questi vincoli il Paese è fermo

La sintesi fatta ieri da Fabrizio Galimberti degli articoli pubblicati dal Sole 24 Ore nell’ambito dell’inchiesta «Perché l’Italia non cresce» lascia pochi dubbi sul fatto che il problema c’è ed è molto serio. Mostra anche che non ci sono analisi e tanto meno ricette semplici. Sarebbe bello poter dire, ad esempio, che il problema si concentra al Sud e che dunque si può affrontare con misure straordinarie a favore di quest’area.
Il Sud ha un problema antico e grave di ritardo rispetto al resto del Paese e misure speciali, coerenti con le regole europee, possono essere utili. Ma – come ha mostrato Luca Paolazzi – il suo tasso di crescita è all’incirca uguale a quello dell’intera Italia, nonché delle sue aree più ricche. Il che, detto in termini più brutali, significa che, negli ultimi dieci-quindici anni, il Nord e anche il Nord Est hanno registrato tassi di crescita fra i più bassi in Europa e nel mondo. Analogamente, ci consolerebbe un’analisi che ci convincesse che i nostri problemi derivano dalla pesante eredità di un debito pubblico enorme, che impedisce oggi di fare politiche per la crescita. Potremmo quantomeno prendercela con chi ha governato nei decenni passati e alleggerire la nostra coscienza rispetto alle responsabilità dell’oggi. Ma non è così. Se il nostro debito fosse più basso, nella recessione avremmo potuto mettere in atto misure di sostegno dell’economia, come hanno fatto quasi tutti gli altri Paesi.
Ma nessuno pensa che alla lunga si possa fare crescita con la spesa pubblica e i Paesi che hanno fatto politiche di sostegno negli anni scorsi hanno ora un problema analogo al nostro di ridurre drasticamente e rapidamente la spesa pubblica. Inoltre, fra il 1997 e il 2005, il nostro avanzo primario è sceso di ben cinque punti di Pil, ma questo non ha impedito una bassa crescita in quegli anni e in quelli immediatamente successivi. Per contro, la Germania ha iniziato a fare una politica di rigore almeno dal 2004 e sta uscendo dalla crisi a un ritmo fra il 3 e il 4 per cento.
Sarebbe bello poter dire che il problema è localizzato nei servizi e che dunque si può concentrare l’attenzione sul tema delle liberalizzazioni. Le liberalizzazioni – ben fatte – sono utili, anzi necessarie. Ma, come ha mostrato Gian Maria Gros-Pietro, la bassa crescita riguarda anche il settore dell’industria.Cerca di consolarci Marco Fortis guardando alle eccellenze che indubbiamente abbiamo nel campo industriale e ai difetti degli altri. Il problema è che le nostre eccellenze sono concentrate in alcune centinaia di imprese – le cosiddette multinazionali tascabili delle analisi di Fulvio Coltorti e dei suoi colleghi di Mediobanca – e non sono sufficienti a fare massa critica. E i difetti degli altri, o meglio di alcuni altri Paesi che sono cresciuti molto anche grazie ai debiti pubblici e privati, ci sono certamente, ma da questo è difficile trarre la conclusione che bisogna accontentarsi di un tasso di crescita come quello dell’Italia, raramente sopra l’1 per cento. Qualche Paese ha spinto troppo sull’acceleratore della finanza ed è finito fuori strada, ma questo non è un buon motivo per accontentarsi dell’ultimo posto in classifica.
La consapevolezza che non c’è una causa unica né un unico rimedio obbliga a fare elenchi piuttosto lunghi di grandi temi, come quello che ha fatto Confindustria per le Assise di Bergamo del 7 maggio prossimo. Pur restringendo al massimo, il sistema ha almeno una decina di equazioni chiave che interagiscono fra loro, dalla semplificazione normativa all’efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia, dal fisco al lavoro, alla ricerca, alla scuola, alle infrastrutture, all’energia e all’ambiente. Il compito non è di questo o di quel ministro, ma dell’intero Governo. E chiama alle sue responsabilità tutta la classe dirigente del Paese, perché qualunque misura seria per la crescita comporta costi politici nel breve termine. Perché ciò non accade?
Forse il problema è che, quando gli equilibri politici sono precari, la linea che paga nel breve termine è quella di “tenere i conti”, perché la sanzione dei mercati è immediata e durissima, evitando al tempo stesso le tensioni che possono derivare da misure, potenzialmente controverse, per la crescita. Insomma l’idea può essere quella di combattere un nemico alla volta: prima il debito e poi, chissà quando, la bassa crescita. Però bastano semplici conti per capire che, se non riparte la crescita, non si risolve neanche il problema del debito.

 
Fonte: Il Sole 24 Ore del 13 aprile 2011

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