• sabato , 3 Dicembre 2022

La riforma della giustizia e i danni per l’economia

Molti credono che il Premier si batta per la riforma della giustizia al fine di evitare processi “ad personam” (all’opposizione si pensa che il “latinorum” impressioni l’opinione pubblica). Molti altri credono invece che il progetto di riforma della giustizia persegua soprattutto l’intento della magistratura di considerarsi un potere (donde l’impegno anche autonomamente inquisitivo) anziché un ordine che provvede solo a giudicare sull’applicazione delle norme in vigore nel Paese. Di qui la fondamentale proposta di separazione delle funzioni dei giudici tra inquirenti e giudicanti. Il CSM ci tiene a tal punto ad essere un “potere” da giungere a proclamare uno “stato di agitazione”. Una tale reazione da parte di un ordine della pubblica amministrazione, crediamo non si sia mai verificato. Il ministro della giustizia Alfano, uno di coloro che potrebbero succedere a un Berlusconi novantenne, si è augurato che questi comportamenti siano da tutti conosciuti, perché si condannano da soli. Ma ciò che è più sentito dall’opinione pubblica è la necessità di evitare che i giudici disquisiscano e decidano anche in tema di economia e finanza, privata e pubblica. Il danno per le imprese e lo Stato,anche se oscurato da quello ancor maggiore dell’azione dei sindacati dei lavoratori, risulta spesso rilevante e soprattutto scoraggia gli investitori esteri che da tempo snobbano l’Italia.
Ecco un ultimo di centinaia di casi abnormi. “Non si possono tagliare i posti di lavoro ai bidelli nelle scuole con il mero scopo di battere cassa …..” ha statuito il TAR del Lazio. A parte la protezione di una categoria di lavoratori dove più è diffuso l’assenteismo e c’è una minima produttività del lavoro, la gravità del giudizio sta nel loro considerare che sia condannabile il tentare di fare economie per lo Stato. Avremmo voluto vedere la faccia di Brunetta, che questa sentenza ha totalmente esautorato. Difatti, questo giudizio, espresso per accogliere una richiesta del sindacato Snals, ha sollevato il problema della legittimità costituzionale con cui è stata disposta dal Governo una riduzione del 17% del personale amministrativo, sia tecnico sia ausiliario, come i bidelli. L’esultanza dei sindacati laziali che sono riusciti, grazie ai giudici del TAR, a vincolare la stessa politica statale e del bilancio, è certamente stata inversamente proporzionale al dispiacere del Ministro Gelmini, preposta alla istruzione ed all’università, che dovrà trovare altre vie per realizzare le economie imposte da Tremonti e si troverà esposta ancor più di ora alle contumelie dei bonzi della cultura italiana che non vogliono si prospetti una riduzione dei loro emolumenti. Essi hanno già iniziato la loro battaglia con previsioni apocalittiche sulla cultura italiana con articolesse astiose e magniloquenti che fortunatamente la gente comune segue assai poco perché irte di espressioni ricercate intese ad essere apprezzate dai colleghi, docenti o meno.
Ci auguriamo che la riforma della giustizia tenga conto delle ferite che le iniziative dei giudici arrecano all’economia ed alla finanza. A parte il caso TAR, si tratta soprattutto del comportamento dei “giudici del lavoro” che si configurano come una sezione specializzata istituita nell’ambito della magistratura ordinaria e competente a giudicare in particolari materie. Il giudice del lavoro, secondo il codice di procedura civile, ha competenza in ordine alle controversie individuali per rapporti di lavoro subordinato privato, alla mezzadria e contratti simili in agricoltura, ai rapporti di agenzia e rappresentanza commerciale, persino per la para subordinazione, a personale di enti pubblici prevalentemente economici. I poteri devoluti ai giudici del lavoro giungono persino a deliberare in materia di repressione di condotta antisindacale.
Dai giudici la gente si attende soprattutto la “non parzialità.” E’ una qualità che molti praticano. Ma dai giudici del lavoro che (come l’esperienza insegna) deliberano solo ed esclusivamente in favore dei lavoratori dipendenti e della trimurti sindacale che, per le controversie individuali è ancora compatta derivano danni e conseguenze spesso gravi per l’economia e la finanza del paese, dove le scelte debbono farsi per decisione governativa e ad opera soprattutto del Ministro dell’Economia, ossia da Tremonti. A chi non ci crede abbiamo menzionato la storia dei bidelli mandati ai cancelli. Ma la dimostrazione forse migliore che, cosi, l’economia produttiva italiana non potrà progredire l’ha data Marchionne della FIAT che per potere svincolarsi dai lacci soprattutto della CGIL ha secessionato dalla Confindustria. Ciò anche perché questi lacci incatenano le imprese italiane con una cogenza che nasce dalle delibere sempre univoche dei giudici del lavoro.

 
Fonte: Nota Breve per gli Amici n.13 del 21 marzo 2011

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