• sabato , 20 Agosto 2022

I giornalisti esteri e le rivolte

Chissà quanti tra chi legge queste righe hanno seguito con attenzione le rivolte che si sono avute nel Nord Africa – nella sponda sud del Mediterraneo – cominciando dalla Tunisia che ha costretto alla fuga Ben Ali da 23 anni al potere, quindi all’Algeria e poi, la più grave, in Egitto, contro Mubarack che resiste ancora. La Francia, che ha fatto grossi investimenti in quegli Stati, ha tenuto al corrente i suoi cittadini sugli eventi per gran parte delle giornate via tv, France24. E’ questo canale, quindi, che meglio di tutti gli altri, BBC compresa, ha consentito agli osservatori più attenti, di analizzare modi, tecniche, comportamenti delle migliaia di persone coinvolte nelle rivolte, tutti schiumanti di rabbia, tutti urlanti e tutti che agitavano le braccia, per lo più con pugno chiuso per colpire, ma anche con le mani aperte per afferrare e strozzare l’avversario, il nemico. Quale? In gran parte poliziotti o malcapitati supposti tali. Dappertutto la confusione era impressionante e la violenza era aprioristica. Una prima osservazione: all’interno della calca urlante si formavano dei gruppi per aggredire uno o due malcapitati. La regola dei molti contro pochi era automaticamente applicata. Una seconda nota: le urla in arabo, spesso erano scandite dai gruppi ammassati in piazze, forse al fine di coinvolgere i meno esagitati. Ma le scritte ed i cartelli, anche in Tunisia ed Algeria, non erano in francese, bensì in arabo ed in inglese. Esse venivano agitate davanti alle diecine di cineprese. Questo fatto dimostra che l’organizzazione dei rivoltosi aveva come obiettivo sia di attirare in piazza altri manifestanti del paese, sia di farsi riprendere dalle telecamere e soprattutto impressionare gli spettatori negli Stati Uniti.
Ma ciò che più mi ha colpito è stata la partecipazione di giornalisti alla piazza in rivolta. Non parlo dei fotografi più o meno improvvisati, né dei cameramen, bensì di tanti che urlavano e menavano le mani assieme ai rivoltosi e che, se ostacolati, si dichiaravano giornalisti esteri, o urlavano foreign press e sventolavano documenti vari. Parevano piovuti da molti paesi e ce n’erano probabilmente anche di italiani di cui abbiamo poi visto o letto resoconti oltre che su Rai 3, soprattutto su Repubblica, Il Fatto, L’Espresso e simili. Molti erano tra i primi ad assieparsi contro i cordoni della polizia che cercava di contenere i rivoltosi. “Dont’ touch me. I’m a journalist!” sentivo dire in talune riprese di primo piano. Così non c’è da sorprendersi se la Clinton e lo stesso Obama avevano minacciato dagli USA: “ non toccate i giornalisti”.
Questi comportamenti dei colleghi non mi sono mai piaciuti. Sin dall’inizio della mia professione, d’altronde, mi sono differenziato dalla maggior parte dei cronisti ed anche dei giornalisti. Molti di essi, ad esempio, sono del parere che un giornalista debba scrivere tutto quello che sa. Io penso invece che, quanto ci viene eventualmente detto con preghiera di non pubblicare (in quanto solo per nostra informazione, ossia per farci capire o le cose o il suo punto di vista) deve restare riservato, anche per un pennivendolo. Così ho persino creato il Club dell’ Economia, costituito da molti giornalisti oltre che da personalità fonti d’informazione (c’è il presidente del Cnel ed è stato ammesso in questi giorni quello dell’Istat) le cui riunioni sono tutte off record. Solo così i giornalisti possono capire i perché di azioni ed eventi e fare commenti plausibili.
Tornando alle rivolte del Nord Africa, ed in particolare a quella in Egitto – dove Mubarack sinora ha resistito sino a far cambiare opinione agli americani che oggi paiono suggerire un trapasso graduale con gran rabbia dei rivoltosi del subito in piazza Tahrir al Cairo – la partecipazione diretta alle violenze di giornalisti della stampa estera, che dovrebbero limitarsi a resoconti,dovrebbe essere duramente condannata (non in Italia, dove l’ordine dei giornalisti è una corporazione, ossia organo di parte) dall’opinione pubblica mondiale sino a indurre nella testa della gente che i giornalisti non dovrebbero godere di privilegi né di protezioni governative, ma svolgere la loro professione in tutta libertà, anche se ciò comporterà il moltiplicarsi di querele per diffamazione e falsi contro di loro. E’ un prezzo che la stampa estera come quella nazionale deve pagare per guadagnarsi il rispetto della pubblica opinione, ben più importante dei privilegi corporativi.

 
Fonte: Per gli Amici n.6 del 7 febbraio 2011

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