• sabato , 20 Agosto 2022

Il Pil non basta più? Misuriamo il sorriso

La mia specialità è certamente di scoprire l’acqua calda.Volete vi racconti l’ultima? Alla Decima conferenza nazionale di statistica di cui ho già scritto qualcosa, sono stato frequentemente raffrontato al problema di non misurare il benessere di un paese in base alla sola produzione lorda di ricchezza, il famoso pil, bensì sulla base di indicatori di soddisfazione. I sondaggi, in questo campo, sono innumerevoli e con risultati confusi a causa delle domande sempre diverse rivolte agli interlocutori. L’Istat propone un punteggio da 1 a 10, altri chiede: tanto, poco ecc. Le associazioni dei consumatori fanno un disordine infernale. Ma io ritengo che la migliore dimostrazione di soddisfazione non siano le cifre o le parole con le quali rispondiamo alle inchieste ed ai sondaggi, bensì l’ampiezza e la frequenza del nostro “sorriso”. Ma come misurarla e contarli? Ne ho parlato a parecchi amici ed in particolare a Donato Speroni, collega in giornalismo e membro del Club dell’Economia, che è stato a lungo all’ISTAT e che ha presentato un lavoro sulla “felicità”. Ma, prima di approfondire il tema e di dire la mia opinione, ho voluto controllare se qualcosa era stato scritto sinora in proposito. Ed ecco che, cliccando sul solito Google, scopro che i giapponesi da tempo hanno trovato modo di misurare il sorriso. Dunque, la mia idea era solo acqua calda, utile a lavare i panni, escluso il sangue.
Ecco un indirizzo per i lettori che vogliono vederci meglio: www.risingsunpage.it/2009/07/test-del-sorriso-per-i-dipendenti-delle-ferrovie-giapponesi/ – 61k – Pagine simili. Misuriamo, dunque il sorriso alla giapponese e, con i risultati conseguiti, chiediamo all’Istat se le sue statistiche sulla soddisfazione migliorate ed aggiornate il 4 novembre scorso sono confermate dalle pieghe della bocca, dalle rughe ai lati delle labbra e via discorrendo. Noi possiamo solo guardare le gigantografie che ai convegni amplificano per il pubblico il viso degli oratori di turno e che si prestano benissimo a questo controllo. Nei giorni scorsi osservavo quello di uno dei più pessimisti tra i politici di sinistra, quelli che dicono sempre: “è un disastro, tutto va a rotoli”: Enrico Letta. E’ al tutto privo, ai lati della bocca, delle rughe del sorriso: proprio all’opposto di Gianni Letta che credo sia suo zio, nato e cresciuto alla scuola di Renato Angiolillo, fondatore de Il Tempo, ottimista ed illuso al punto di essersi battuto per la monarchia in Italia, pur sapendo che c’era al Ministero degli Interni il famoso socialista nenniano Giuseppe Romita, detto Peppino dai suoi amici, ovviamente arbitro dei risultati.
Augurandoci che l’Istat effettui queste verifiche per le sue misure sulla “soddisfazione”, per ora limitiamoci a osservare che il punteggio medio dato nell’ultima rilevazione dell’Istat sulla soddisfazione media di tutti i cittadini sopra i 14 anni nel 2010, non confrontabile con le rilevazioni degli anni precedenti, è stato di 7,2 su 10. Stante il generale pessimismo descritto dai media italiani, questo punteggio nella gamma da 1 a 10 come a scuola, ci pare elevato. La media dei cittadini è abbastanza soddisfatta e, quindi, la povertà relativa al reddito medio, pur generalmente enfatizzata, non comporta atteggiamenti d’insoddisfazione dirompenti, se non nelle manifestazioni studentesche di piazza. Non sono i miseri ed i poveri che si rivoltano, ma quelli che preferiscono fare baccano!. Ecco forse la spiegazione del perché, nonostante la crisi mondiale, la maggioranza della gente – pur con crescente disgusto per la politica e distacco dal ricorso alle urne – continua a sostenere la maggioranza al potere e l’opposizione ha difficoltà a formulare proposte concrete per una politica diversa da quella che il governo propone e che riesce a realizzare solo in piccola parte. La vecchia statistica Istat sulla soddisfazione, ripartita tra molto, abbastanza, poco e per niente sembra comunque segnalare un altro aspetto che può sorprendere: la soddisfazione nei cinque ultimi anni non sembra variare granchè, mentre, come è noto, abbiamo avuto un calo nel pil a seguito della crisi mondiale. Cosa dedurne? Io sono indotto a credere che per i risparmi accumulati da noi e dai nostri padri non abbiamo ancora cominciato a temere per l’avvenire ed abbiamo continuato a sorridere. Forse questo nostro sorriso, che l’Istat potrà misurare alla giapponese, ci ha sinora aiutato. Speriamo che continui.

 
Fonte: Per gli Amici n.31 del 27 dicembre 2010

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