• venerdì , 13 dicembre 2019

Socialisti made in Italy

Bismarck, Quintino Sella, Colbert, Robin Hood persino. No, nessuna di queste maschere va bene per Giulio Tremonti. Bisogna cercare lungo il sentiero che porta ai garofani rossi, al socialismo anni 80, al connubio creativo tra Lib e Lab. “E’ liberale quando taglia la spesa pubblica, è laburista quando non taglia le imposte. E pensare che ebbe successo con un libro attualissimo: “Le cento tasse degli italiani”, dice al Foglio Piero Ostellino, che lo chiamò nel 1984 a scrivere sul Corriere della Sera. Secondo l’economista Nicola Rossi, “è Lib per necessità: ridurre la spesa è una strada obbligata. E c’è ancora tanto grasso nel bilancio dello stato”. Rino Formica pensa che sia Lab per intima convinzione. E’ il suo mentore (insieme a Franco Reviglio), lo ha portato con sé al ministero delle Finanze, al Commercio estero, al Lavoro. Lo definisce “un uomo della sinistra moderna, che ama stare dalla parte di chi non è organico al sistema di potere”. Nel 1987 si candida per il Psi, viene eletto deputato nel 1994 con il Patto di Mario Segni, poi passa subito a Forza Italia. “In molti si sono chiesti – aggiunge Formica – a quanti congressi abbia partecipato, in quante feste dell’Avanti! abbia venduto la piadina. Ma non è un intellettuale organico. E nemmeno un tecnico prestato alla politica, piuttosto lo definirei un politico tecnico”.
Accanto a Tremonti, giovedì, nel presentare la manovra economica, c’erano Maurizio Sacconi e Renato Brunetta. “Gli ex dioscuri di Gianni De Michelis transitati dalla sinistra di Riccardo Lombardi agli autonomisti di Bettino Craxi”, ricorda Giuliano Cazzola, già lombardiano, sindacalista Cgil e ora deputato Pdl. Dunque, la politica economica e sociale del centrodestra è in mani socialiste. Tremonti non è rigorista, aggiunge Formica, la sua linea “si regge su tre gambe: difesa del posto di lavoro con un ricorso massiccio alla cassa integrazione, protezione del risparmio, casa. Bandiere formidabili di una campagna elettorale vincente”. La matrice socialista è riconoscibile in Brunetta, non solo per l’enfasi giacobina dedicata alla “riforma dello stato”, vecchio cavallo di battaglia, ma anche perché gli impiegati pubblici hanno salvato il posto e aumentato gli stipendi. Adesso, il Tesoro ha congelato tutto. Contraddizioni in seno al popolo. Sacconi, con la crisi ha spostato l’accento dalla liberalizzazione del mercato del lavoro al posto fisso. Oggi, cerca flessibilità e mobilità all’interno dell’azienda piuttosto che all’esterno. Di qui il sostegno alla riforma dei contratti e la polemica con la Cgil, croce e delizia dei socialisti. Smarcarsi dalla componente comunista è una costante della loro linea, battere la sinistra radicale è una novità degli anni 80, prima il Psi flirtava con i gauchiste.
Il tratto che accomuna i tre ministri è la difesa del modello europeo, insieme al sospetto verso l’americanismo, sostiene Cazzola. Con uno spostamento dal blairismo antecrisi al germanesimo postcrisi. Il passaggio è netto in Tremonti che non cessa di esaltare l’economia sociale di mercato. Nel 2001 si distingueva per le sue polemiche verso l’euro e l’espropriazione di sovranità da parte della burocrazia di Bruxelles. Ma l’antifederalismo, il no al superstato, l’insofferenza per la moneta unica, erano cavalli di battaglia anche del Labour party, dei socialisti francesi, dei socialdemocratici svedesi. La virata filotedesca ha stemperato questi eroici furori. Gli ha fatto recuperare la dottrina sociale della chiesa: elogiando il Papa, ieri ha ripetuto che “il capitalismo deve essere al servizio della comunità”. E lo ha spinto a rinunciare alla sovranità nazionale sulla politica fiscale. Forse perché, sospetta Nicola Rossi, “Tremonti si rende conto che non ci sono le condizioni politiche per realizzare riforme strutturali, quindi ha scelto un equilibrio più basso possibile che salvi il bilancio pubblico e una certa tenuta sociale”. O perché, ipotizza Ostellino, da solo non riesce a scegliere: “Non va fino in fondo e la sua opera resta sempre un’incompiuta”.
L’economista liberale di sinistra e il politologo liberal-conservatore pensano che il contenimento, l’arrocco fiscale, la diga eretta attorno al Tesoro, non siano sufficienti. “E’ evidente che l’Italia non cresce – insiste Rossi – Passata la recessione ci troviamo con i problemi di sempre. Per affrontarli occorrono politiche dell’offerta che aumentino la produttività”. Ostellino vuole meno tasse: non basta fermare la spesa pubblica, bisogna ridurla e ridimensionare il Leviatano. A questo punto, in Tremonti riemerge il socialista: il mercato ci ha portato nell’abisso, lo stato ci ha salvato. Sarà perché la professione di tributarista ad alto livello, gli ha fatto conoscere da vicino gli agenti oscuri del “mercatismo”. Ma fin dal suo libro “La paura e la speranza”, la crisi appare un gran complotto di banchieri, speculatori, manager. Invece, grazie ai politici abbiamo evitato guai peggiori. La data chiave si colloca nell’ottobre 2008 quando, in pieno panico dopo il fallimento di Lehman Brothers, i grandi del mondo decidono di stampare moneta a go go, nazionalizzare le banche, assicurare i depositi, espandere la spesa pubblica.
Emerge così un’altra contraddizione. Tremonti è keynesiano, ma non in patria. In Italia niente stimoli, solo assistenza, niente investimenti pubblici né riduzioni fiscali. Il federalismo non è per oggi, ma dal 2019 in poi. Formica lo difende: “A fine anno, in sede di decreto Milleproroghe, si troveranno un po’ di margini di manovra”. Cazzola ricorda che è stata fatta la riforma delle pensioni (dal 2015 aumenterà per tutti l’età pensionabile) senza scioperi. Basta guardare alla Francia per apprezzare il metodo soft dei post socialisti italiani. Tuttavia, il pragmatismo un po’ Lib e molto Lab nasconde quello stesso sospetto di fondo verso il “capitalismo senza capitali” denunciato da Francesco Saverio Nitti e Alberto Beneduce. Socialisti e statalisti. Eppure, per entrare in una nuova fase, dopo aver superato la nottata, bisogna allentare i lacci e lacciuoli che soffocano gli animal spirits. Il paradigma dello sviluppo è questo, nessuno, finora, ne ha inventato uno nuovo.

 
Fonte: Il Foglio del 18 ottobre 2010

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