• lunedì , 3 Ottobre 2022

L’imbroglio dei salari

“Salari, IRES-CGIL: in 5 anni persi 1900 euro”. E’ questo il titolo de La Stampa che precisa: “In 5 anni, dal 2002 al 2007, il potere d’acquisto del salario di un lavoratore con 25 mila euro lordi annui ha perso 1.896 euro.”. I risultati dello studio Ires/Cgil trovano eco anche nelle pagine de Il Messaggero: ‘Negli ultimi cinque anni il calo del potere di acquisto dei salari (salario medio circa 25 mila euro) e’ stato di 1.210 euro ai quali vanno aggiunti 686 euro per la mancata restituzione del fiscal drag .
Secondo un’indagine dell’Ires su 6000 famiglie, oltre 7 milioni di lavoratori in Italia guadagnano meno di 1.000 euro netti il mese, mentre sono più di 14 milioni quelli che vivono con meno di 1.300 euro. La situazione e’ ancora peggiore al Sud dove un lavoratore percepisce in media 969 euro mensili. La Repubblica si sofferma sul declino delle buste- paga, espressione usata anche dal Presidente dell’Ires-Cgil, Questa sequenza di notizie allarmistiche è iniziata con la dichiarazione del Governatore della Banca d’Italia alla Società degli Economisti, sintetizzata dai media con titoli quali “Draghi: salari troppo bassi”. L’intento del Governatore era di sollecitare politiche per aumentare la produttività e consentire così di pagare più elevati salari netti, ottenere una maggior domanda per consumo e stimolare la ripresa congiunturale. Invece, alla dichiarazione di Draghi si è agganciata la richiesta di Epifani di ridurre la tassazione sui salari. Così il viceministro Visco si è affrettato a promettere: ‘Nel 2007 meno Irpef per la maggior parte dei contribuenti. Saranno detassati 11 milioni di lavoratori.’. A sua volta, Cordero dei marchesi di Montezemolo replica per conto della Confindustria: “Siamo pronti a chiudere i contratti che premino la produttività”.
Pochi commentatori hanno approfondito il tema dei salari netti. Pochi hanno sottolineato che non si tratta di costo del lavoro, che include l’Irap e gli enormi contributi sociali a carico del datore di lavoro. Se fossero i dipendenti a pagare i contributi (ed i salari fossero aumentati di altrettanto), si constaterebbero retribuzioni lorde ben più elevate di altri paesi europei. Effettivamente il basso salario netto italiano si spiega proprio con l’alto costo del lavoro, dove l’Italia sta oltre la media europea, ossia in posizione concorrenziale difficile. Pochi hanno scritto che l’Ires ha scelto come riferimento il 2002, anno utile a dimostrare che i lavoratori sono trattati male, laddove un altro anno a salari più bassi avrebbe consentito di dimostrare che non c’è stata perdita di potere d’acquisto. E’ stato solo Carlo Dell’Aringa che, con acume, ha osservato non essere vero che i lavoratori beccano oggi 1896 euro di meno rispetto al 2002 come l’Ires e la stampa hanno indotto la gente a credere, bensì di un minore incasso cumulato in cinque anni. Su una retribuzione di 125 mila euro percepita in 5 anni. O, se si preferisce, di 31,6 euro al mese su una retribuzione di 2080 euro mensili (inclusi i ratei 13.ma e 14.ma).

Noi ci auguriamo che i lettori si rendano conto di come loro sono ingannati con le statistiche ed i titoli dei giornali e come è urgente accrescere le conoscenze di economia e statistica degli italiani per farla finita con il “mercato degli imbrogli”. Speriamo che il noto accordo tra la Banca d’Italia ed il Ministero della Pubblica Istruzione si traduca subito in testi scolastici in forma divulgativa, ricchi di esempi, soprattutto sul valore individuale del tempo, l’utilità del risparmio ormai anche dei giovani, i più semplici impieghi e comodi impieghi del non consumato, le scelte dei trasporti e via discorrendo.

 
Fonte: Le Point International del 23 novembre 2007

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