• mercoledì , 28 Ottobre 2020

Liberalizzare, ma con “educazione”

Si dice che a volte l’ottimo sia nemico del buono. Il proverbio sembra attagliarsi bene al destino delle liberalizzazioni decise in più riprese dal governo. In proposito, l’atteggiamento di opinionisti e commentatori è stato oscillante. Dall’entusiasmo iniziale per le “lenzuolate” del ministro dello Sviluppo economico Bersani si è passati – causa anche le modifiche peggiorative imposte dal Parlamento all’ultimo disegno di legge – a sentimenti vicini al disfattismo. Ma forse non sono appropriati né l’uno né gli altri.

Certo era illusorio credere che qualche colpo bene assestato alle posizioni di rendita di certe categorie avrebbe dischiuso al popolo degli utenti e dei consumatori le verdi praterie di beni e servizi a prezzi low cost. O pensare che in Parlamento la pressione delle lobbies non avrebbe fatto fiorire inedite alleanze destra-sinistra per salvare sull’altare dell’occupazione tradita e degli interessi corporativi lo statu quo. Ma non si può disconoscere che qualcosa di buono – anche se non l’ottimo auspicato – è rimasto nella rete gettata da Bersani a partire dal primo decreto del luglio 2006, senza nulla togliere per questo ai timori di uno sollevati dall’Antitrust.

Da questo punto di vista un bilancio di quello che resta sul campo può essere utile. Per esempio sono stati abbattuti – seppure in misura parziale – i vincoli alla concorrenza esistenti in settori sensibili dal punto di vista del consumatore quali: 1) le libere professioni (con il divieto di imporre tariffe fisse o minime e il via libera alla pubblicità informativa); 2) la distribuzione commerciale (con l’abolizione dei registri e di altre barriere all’entrata); 3) le banche (con l’introduzione di una maggiore trasparenza contrattuale, la possibilità di estinzione anticipata a costo zero dei mutui immobiliari nonché la loro portabilità, la previsione di limiti alle commissioni di massimo scoperto); 4) i taxi (con la facoltà di concedere nuove licenze da parte dei comuni); 5) le farmacie (con una prima liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia c); 6) la professione notarile (non è più richiesta la presenza dei notai nei contratti di compravendita di beni mobili registrati); 7) le assicurazioni (con l’introduzione del plurimandato e altre misure nel campo della Rc auto).; 8) la telefonia (con le misure sulle ricariche e la trasparenza e la facoltà di recesso gratuito dal contratto).

Si discute se questo complesso di provvedimenti succedutisi nel tempo, stia producendo effetti. Il quadro è variegato. Servizi di telefonia e medicinali, per esempio, hanno segnato in aprile una riduzione rispettivamente del 9,2 e del 5,8 per cento dei relativi prezzi su base annua (dati ISTAT), mentre il costo dei taxi ha registrato un aumento dell’1,5%. Da gennaio inoltre l’inflazione italiana al consumo è inferiore alla media della Unione europea. Per almeno due settori, banche e assicurazioni, i risultati della recente indagine Antitrust sui prezzi alla clientela dei servizi bancari (nettamente superiori alla media europea) e i dati sull’andamento delle tariffe Rc auto (aumentate in aprile) sollevano invece parecchie perplessità, anche se per quanto riguarda le banche si stima che l’intervento sulle commissioni di scoperto genererà risparmi per 2,2 miliardi di euro.

Si tratta naturalmente di primi flash. Che certo non disegnano una tendenza univoca e tuttavia suggeriscono di guardare alle liberalizzazioni con minore pessimismo. Nello stesso tempo l’approccio adottato dal governo ha messo in evidenza qualche limite di carattere culturale che potrebbe costituire un problema nel medio periodo.

E’ ormai opinione diffusa in Europa che la politica della concorrenza debba affiancare alla correzione delle asimmetrie informative misure volte alla “educazione” del consumatore, particolarmente in campo finanziario ma non solo in questo. Una vasta letteratura – dal recente rapporto Ocse su Demand side economics for consumer policy a tutta la pubblicistica sulla economia comportamentista che applica categorie psicologiche all’analisi della condotta economica degli individui – sottolinea soprattutto un fatto. Nelle scelte di consumo entrano spesso in gioco fattori quali l’inerzia, la propensione a non alterare lo status quo, il disorientamento prodotto dal bombardamento pubblicitario, il bisogno di sicurezza: tutti elementi che possono indurre a scelte “irrazionali” e costituiscono un freno alla mobilità. Di qui la necessità di correggere l’anomalia con campagne informative mirate e piani educativi. Il sito rinnovato della Banca d’Italia che contiene una sezione è uno dei pochi segnali concreti avutisi in Italia in questa materia.

Per il resto le liberalizzazioni sono state vissute come disarticolazione delle posizioni di rendita accumulate da alcune “categorie” e iniezione di stimoli competitivi in mercati di offerta tradizionalmente chiusi ed opachi. Minore attenzione è stata prestata invece al versante della domanda, vale a dire al ruolo dei consumatori a dispetto delle 17 sigle che li rappresentano. Una corretta politica della concorrenza e delle liberalizzazioni dovrà in futuro tenere più conto di questi fattori se vuole marciare su gambe più solide.

 
Fonte: Il Riformista del 28 giugno 2007

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