• mercoledì , 28 Ottobre 2020

Un salvatore della patria per le banche italiane

“O si fa l’Italia o si muore”. Queste le parole che speriamo siano pronunciate il 4 marzo prossimo venturo nell’isola di Sardegna, a Cagliari, per la riunione del Forex, dal nuovo Governatore della Banca d’Italia nel suo primo intervento ufficiale. Per fissare la strategia di battaglia per la salvaguardia e rilancio del settore bancario italiano forse non c’è tempo per aspettare la relazione annuale del 31 maggio, i tempi si stanno stringendo. Lo dimostrano gli andamenti del mercato azionario per i titoli bancari, in forte crescita. Il mercato sconta nuove acquisizioni o nuove fusioni che diano maggiori opportunità di profitto ed economie di costo, nello scenario europeo globalizzato, alle nostre banche. .
La scelta è chiara e tra due sole vere opzioni. Rimanere passivi, ritirarsi, e lasciare che le nostre banche di medie dimensioni (dunque non l’Unicredit, di dimensione tale da essere difficilmente scalabile) e contendibili (dunque non ancora il Monte dei Paschi) divengano facili bocconi di banche europee in cerca di reti di distribuzione per i propri prodotti finanziari e di liquidità per finanziare le imprese del proprio Paese e supportare le proprie mire espansionistiche, principalmente in Europa dell’Est, grazie al risparmio italiano. Per fare ciò basterà, oltre ovviamente ad acquisire la sostanza del controllo del consiglio di amministrazione di tali banche, sostituire le prime linee dirigenziali con persone affidabili e che facciano riferimento alla banca madre. Non a caso in questi giorni in cui quasi tutti celebrano la vendita BNL ai francesi di BNP, i soli a non festeggiare sono i quadri dirigenziali BNL, certi di una prossima sostituzione; i sindacati miopicamente tacciono non vedendo minacciate le prospettive di quadri e impiegati . Ovviamente nulla hanno a che ridire gli organi dell’azienda confermati.
Nella seconda opzione, Draghi annuncerebbe che è tempo che Capitalia e Monte dei Paschi uniscano le loro forze con San Paolo e Banca Intesa, guidando con la sua moral suasion una o più sfidanti aggregazioni nazionali, bloccando, se del caso, eventuali offerte da partner esteri e, con altrettanta perizia politica, impedendo qualsiasi rilievo da Bruxelles. Questa scelta, che speriamo Draghi annunci a Cagliari ai tanti Bixio nostrani, smentirebbe lo sconcerto di quei pochi rimasti basiti dallo spettrale silenzio di Via Nazionale in occasione dell’offerta BNP, sintomo di una clamorosa rinuncia ad esprimere almeno un’opinione che tenesse conto degli interessi strategici nazionali.

Si potrebbe sostenere che tali aggregazioni vanno lasciate al mercato e che sarebbe improprio per il Governatore pronunciarsi su strategie industriali di mercato e che a lui spetta solo di vigilare sulla stabilità e correttezza di qualsiasi proposta di concentrazione. Se Capitalia e San Paolo o Monte dei Paschi e Banca Intesa volessero unirsi perché profittevole, filerebbe il ragionamento, avrebbero tutti gli incentivi a farlo perché compirebbero solo quello che è ovvio alfine di massimizzare i benefici degli azionisti.

Purtroppo spesso non è così. Molte volte fusioni o acquisti che avrebbero creato valore per gli azionisti non vengono portate a termine per l’opposizione degli organi di vertice, siano essi Presidenti o Amministratori Delegati che dal loro potere generalmente traggono benefici privati a scapito degli azionisti. Chevron e Texaco inizialmente non si fusero per l’opposizione del CEO della prima contrario a spartire il potere esecutivo con il suo analogo di Texaco. Collassi in questi accordi portano il valore delle aziende in questione a crollare subitaneamente di cifre colossali che sarebbero andate a tutto beneficio degli azionisti. Per aderire alla cessione del controllo, generalmente l’acquirente deve prevedere sontuosi benefici per i vertici dell’azienda acquisita. Studi empirici recenti stimano che per gli Stati Uniti sono necessari circa 5 milioni di dollari in extra cash per convincere i CEO che non vengono confermati nella nuova azienda a facilitare l’aggregazione, dimostrando che in assenza di offerte sostanziose essi faranno molto per opporsi ad una cessione del controllo. Le future necessarie aggregazioni nazionali potrebbero essere ostacolate e addirittura bloccate da amministratori delegati riottosi a cedere il passo. In fondo si parla di una poltrona che non ha spazio per due. Per non parlare delle fondazioni, le cui logiche sono spesso ben più complesse di quelle di un “avido” amministratore.

Se questa è la ragione per cui si bloccheranno in questi giorni diversi piani di aggregazione è ovvio che deve entrare in campo un mediatore, un salvatore della patria, che possa negoziare un onorevole compromesso tra i vari personaggi di riferimento delle nostre banche e sbloccare le fusioni necessarie per evitare che “passi lo straniero”. Speriamo dunque che Draghi indossi presto la camicia rossa. Se non dovesse farlo, spetterà ad una politica sempre più debole avere un sussulto d’orgoglio patriottico.

 
Fonte: Il Foglio del 17 febbraio 2006

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