• mercoledì , 28 Ottobre 2020

Burocrazia e sindacati pesano sulla competitività delle imprese

Al recente Forum di Prato della Piccola Impresa della scorsa settimana, sollecitati dall’economista Roberto Perotti, il 70% di una folla di duecento piccoli imprenditori di Prato si è dichiarato a favore del seguente scambio: niente più sussidi, niente più nicchie monopolistiche in cambio di meno burocrazia e meno potere ai sindacati.
Ha sorpreso un po’ tutti gli osservatori, e riempito d’orgoglio molti imprenditori, che proprio a Prato, dove più dovrebbe imperare il timore del futuro per la minaccia del tessile cinese, si sia richiesto a gran voce di fare a meno di protezioni all’entrata a favore invece della promozione del libero gioco della concorrenza. Lo stesso Presidente Montezemolo a Prato ha sottolineato quale grave errore di strategia nazionale fu la protezione, negli anni ottanta, della Fiat dall’invasione giapponese.
La storia economica è piena di questi errori, di questi scambi miopi richiesti alla, ed ottenuti dalla, politica. Alcuni tanto clamorosi quanto poco noti. Anche negli stessi Stati Uniti.
Gli Stati Uniti, loro sì, hanno conosciuto una vera fase di declino. Negli Anni Trenta. Dal 1933 al 1939 produzione, consumi ed investimenti rimasero abbondantemente sotto il livello di trend e solo nel 1939 ritornano ai livelli del 1929.
Questo puzzle che è stato oggetto di accesissimi dibattiti e opinioni fortemente discordanti durante gli ultimi sessant’anni ha ora un’ulteriore interpretazione. Credibile e sorprendente. Cole ed Ohanian, due noti economisti della Università della California di Los Angeles, sostengono con dovizia di dati e verifiche empiriche come la politica del New Deal del presidente statunitense Roosevelt in quegli anni impedì all’economia di ritornare ai suoi livelli potenziali fino agli albori della seconda guerra mondiale. In effetti, inizialmente il National Industrial Recovery Act da lui promosso (NIRA, 1933-35) prevedeva la sospensione della normativa antitrust (incoraggiando dunque la formazione di cartelli monopolistici) in quei settori in cui l’industria elevasse i salari reali al di sopra del livello competitivo ed accettasse contrattazioni collettive con sindacati indipendenti. Sospensione dichiarata incostituzionale nel 1935 dalla Corte Suprema. Ciò non impedì al governo dal 1935 al 1939 di ignorare comunque le leggi antitrust, facilitando gli accordi collusivi in quei settori che pagassero alti salari reali.
L’andamento in tale periodo dei salari reali rispetto al trend dal 1933 al 1939 fu quanto mai sconcertante, soprattutto nei settori dove vigeva l’accordo di cartello: essi risultarono superiori del 30-35% rispetto al livello del 1929. I prezzi praticati dalle imprese nei settori dove i salari reali erano alti, crescono notevolmente in un periodo di crisi in cui avrebbero dovuto decrescere. Di più, queste condizioni non competitive nei settori “di cartello” danneggiarono i settori non “di cartello”, che videro aumentati i loro costi a causa del fatto che i beni dei settori di cartello erano anche loro input (più cari).
Non sarebbero dunque state “le forze di mercato” i fattori scatenanti della crisi ma l’eccessivo ruolo assunto in quegli anni dallo Stato, pressato dalle lobby industriali e sindacali per un perverso scambio, con interventi che prevennero il libero gioco dal mercato. Salari reali e prezzi alla produzione elevati in recessione, approvati da politici ansiosi di essere rieletti grazie ai voti di grandi gruppi industriali e grandi confederazioni del lavoro. Roosevelt rinnegherà tale miscela esplosiva solo al momento di entrare in guerra quando, necessitando di input intermedi a fini bellici a basso costo, ripristinò la lotta ad accordi anti-concorrenziali sul mercato del lavoro, dei beni e dei servizi. Nel 1939 ha termine il declino americano.
Tornando a noi. Due anni fa, l’Autorità Garante della Concorrenza misurò esemplarmente l’impatto dei settori economici problematici quanto a concorrenza (telecomunicazioni, servizi professionali alle imprese, attività ausiliarie dei trasporti, energia elettrica, commercio al dettaglio) sulla competitività dei nostri settori più importanti, quelli che esportano una larga quota della loro produzione. La scoperta: i settori che esportano più in crisi sono quelli che dipendono di più dai settori concorrenzialmente problematici per quanto riguarda i loro costi di produzione. Essi – chimica, metallurgia, mezzi di trasporto, industria conciaria e carta – crescono di meno sia in termini di valore aggiunto (+2,6% quelli legati ai settori problematici, +8,8% quelli non), che in termini di saldo settoriale della bilancia commerciale (dal 1995 a oggi il saldo commerciale passa da valori prossimi a un sostanziale pareggio a un disavanzo intorno a 14 miliardi di euro mentre il saldo commerciale dell’insieme dei settori meno “dipendenti” – la meccanica, l’alimentare, il tessile e abbigliamento, i mobili, i minerali non metalliferi – è caratterizzato da un avanzo significativo e crescente).
E’ chiaro quindi che per generare sviluppo vanno abolite tutte le rendite monopolistiche, anche quelle nella stessa industria. I piccoli imprenditori di Prato si sono detti, comprensibilmente, a favore. Lo scambio per lo sviluppo richiede dunque che Confindustria tracci anche le linee di azione al suo interno, non soltanto nei confronti degli giustamente aborriti ordini professionali. Come 70 anni fa in America, una parte dell’industria deve soccombere nello scambio politico. Bisogna vedere se anche stavolta sarà quella competitiva e innovativa.

 
Fonte: Il Foglio del 26 ottobre 2005

Articoli dell'autore

Commenti disabilitati.