• mercoledì , 28 Ottobre 2020

Banca d’Italia , ciò che la politica deve riprendersi

Chi suggerisce uno stratagemma per stanare il governatore della Banca
d’Italia Antonio Fazio sembra ignorare che una legge ad personam
arrecherebbe un danno alla indipendenza e credibilità della Banca
d’Italia e della Banca Centrale Europea.
Nel film “La meglio gioventù”, spiccava il dirigente della Banca
d’Italia, persona salda, retta e fattiva per il Paese. Tale citazione
corrispondeva alla convinzione, da molti condivisa, che lo sviluppo del
nostro Paese è stato anche dovuto all’opera svolta nelle stanze di Via
Nazionale. Non c’è legge dalle conseguenze finanziarie-economiche che
non abbia ricevuto l’apporto, formale o informale, della Banca
d’Italia.
Quello stesso sviluppo ha tuttavia generato conseguenze che avrebbero
dovuto idealmente modificare le competenze assegnate alle nostre
istituzioni economiche. Da un lato, la crescente sofisticazione eglobalizzazione dei mercati, specie quelli finanziari, ha aumentato la
necessità di allocare competenze diverse tra istituzioni per evitare
conflitti d’interesse nel perseguimento degli obiettivi delle singole
istituzioni. Dall’altro lato, il maggiore benessere economico ha
generato risorse per assumere nella Pubblica Amministrazione personale
di qualità al quale affidare alcuni compiti lasciati fino ad oggi alla
Banca. Assecondare questo trend non spettava certo, per una volta, alla
Banca d’Italia. Spettava, com’è avvenuto negli altri Paesi, alla
politica. Con l’eccezione della proposta di mandato a termine per il
Governatore, al quale da sempre (e non da quando c’è Antonio Fazio)
veniva lasciato troppo potere, la politica è stata largamente assente.
Tre nuovi pilastri devono infatti reggere una moderna regolazione del
sistema finanziario italiano: 1) La legge Antitrust, approvata prima
della nomina di Fazio a Governatore, dava potere sostanzialmente
esclusivo alla Banca d’Italia in tema di concentrazioni e concorrenza
nel settore bancario. La crescita della ramificazione dell’attività
bancaria e del prestigio dell’Antitrust richiedono da tempo un pari
ruolo tra le due istituzioni; 2) L’operato di vigilanza della Banca
d’Italia è stato insufficiente in termini di trasparenza, e non da
oggi. Basti ricordare gli opachi salvataggi a costo del contribuente
del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia. Occorre aumentare la
trasparenza delle decisioni in tema di vigilanza per ridurre le
pressioni sulla Banca da parte di questa o quella controparte politica;
3) Da tempo si acconsente a commistioni spesso malsane nei consigli
d’amministrazione tra banche e imprese su ordine della politica, come
ci ha ricordato EtttoreBernabei in una recente significativa
intervista. Esse vanno impedite con appropriate regole legislative di
corporate governance senza lasciare la materia alla buona volontà dei
singoli statuti delle banche o peggio ancora dei processi interni.
La legge sul risparmio che avrebbe dovuto affrontare questi temi giace
in Parlamento. Ciò ha reso più complessa la gestione delle recenti
vicende di passaggi di proprietà bancarie e favorito il conseguente
caos istituzionale.
Il mandato di Antonio Fazio ha avuto comunque alcune sue
caratteristiche proprie. Fu soprattutto grazie alla politica monetaria
perseguita dalla Banca d’Italia che si entrò nell’Unione Monetaria nel
1997; criticata dal governo di allora, essa consentì la caduta
dell’inflazione e della spesa per interessi ed il raggiungimento del 3%
nel rapporto deficit-PIL. Va inoltre alla Banca il merito di aver
creato le condizioni per un netto miglioramento nella efficienza e
redditività del sistema bancario italiano nell’ultimo decennio. Questa
performance ha posto le basi per la creazione di gruppi bancari
nazionali di sufficiente peso in Europa, anche se alcuni vincoli alle
aggregazioni tra banche nazionali sono risultati francamente poco
comprensibili e forse miopi. Infine, a caratterizzare la stagione
faziana, il tentativo di mantenere il controllo delle nostre banche
presso controparti nazionali. Da questa caratteristica nasce il
problema decisivo: vale la pena trattare il mercato bancario come un
qualsiasi mercato delle banane, permettendo ampio accesso a interessi
stranieri?
Quale che sia la risposta a questa domanda, va ribadito che il settore
bancario è strategico per eccellenza, quanto quello della difesa e dei
rifornimenti energetici. Un triangolo strategico che assicura
protezione in tempi di guerra e prosperità e stabilità in tempo di
pace. Alcuni hanno ricordato come nel dopoguerra una politica attiva e
lungimirante da parte della Democrazia Cristiana, d’accordo con gli
Stati Uniti ed alcuni industriali laici, garantì il benessere del
dopoguerra. Altri osservatori lamentano la miopia delle odierne
invasioni anglo-olandesi, in assenza di un chiaro disegno strategico
nazionale da parte della politica. Strategia non solo di visione del
mondo esterno, ma anche di tenuta interna. Il tessuto economico italiano
è infatti costituito di piccole e medie imprese e molte di queste,
anche efficienti, potrebbero in principio essere fuori dai target di banche a
controllo straniero.
In questi quindici anni la Banca d’Italia ha spesso supplito
all’assenza della politica nel nuovo contesto d’integrazione europea.
Contesto che non richiede passiva accettazione di regole imposte
dall’esterno ma capacità di indirizzare il dibattito europeo sulle
bontà delle politiche industriali da adottare. Quando si lascia la
politica a una istituzione, per quanto retta e integra, non è possibile
proteggerla dagli interessi di parte, né dal rischio di errori
strategici.
La lezione è che solo alla politica spetta mediare e trovare soluzioni
appropriate per il Paese.

 
Fonte: Il Foglio del 4 ottobre 2005

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