• lunedì , 3 Ottobre 2022

Ancora una volta il pasticcio l’ha fatto l’arbitro

Con la delibera n.410 del 1999, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 14 gennaio di quest’anno il governo italiano decise di procedere alla assegnazione delle cinque licenze per i telefonini UMTS a mezzo di licitazione privata. Con decreto del Presidente del Consiglio pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 17 febbraio scorso fu nominato il Comitato di Ministri che avrebbe dovuto decidere l’assegnazione delle cinque licenze. Questo Comitato era composto dallo stesso Presidente del Consiglio e dai ministri della Funzione Pubblica, delle Comunicazioni, della Difesa, del Tesoro e dell’Industria. Tutti i suoi lavori sarebbero stati sottoposti alle “disposizioni sulla riservatezza delle riunioni e delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri”.

Esattamente dieci mesi fa quindi il governo scelse la procedura della licitazione privata ed il metodo della “riservatezza”. In tal modo i comuni cittadini avrebbero saputo chi avrebbe vinto l’assegnazione delle licenze ma non avrebbero mai saputo né perché, né per come. Per di più, come ognuno può ben ricordare, vari ministri con in testa il ministro delle Comunicazioni Cardinale dissero in svariate occasioni che il prezzo al quale lo Stato si accingeva a concedere dette licenze era “attorno” a 500 miliardi di lire ciascuna.

E mentre queste erano le posizioni ufficiali e formali del governo italiano, il 6 marzo scorso è partita l’assegnazione anche in Gran Bretagna di cinque licenze UMTS decisa dal governo inglese con il metodo di un’asta chiara e trasparente. Al nastro di partenza dell’asta inglese si presentarono 13 diverse imprese. Dopo oltre un mese di rilanci e ben 150 rounds l’asta inglese è stata chiusa il 27 aprile scorso portando nella casse del governo e quindi dei cittadini inglesi circa 75.000 miliardi di lire, cioè mediamente 15.000 miliardi per ciascuna delle cinque licenze. A ruota è seguita l’asta del governo tedesco. Il risultato è stato vicino ai 100.000 miliardi. Nel frattempo la Francia, pur seguendo la procedura della licitazione privata (beauty contest) ha stabilito che comunque il prezzo totale è pari a 38.000 miliardi di lire.

Di fronte alla dirompente evidenza di questi “numeri” il nostro ministro delle Comunicazioni ammise che i 500 miliardi previsti in Italia erano…un po’ pochini. E disse che forse si sarebbe passati a 1000 miliardi. E poi si disse 1.500 miliardi. Finchè il presidente del Consiglio Amato prese atto della necessità di andare al cuore del problema che era evidentemente la scelta del metodo. E così il governo italiano cambiò linea e decise di procedere anch’esso attraverso un’asta competitiva. Ma così, essendo arrivati all’asta tardi rispetto agli altri grandi paesi europei, ci siamo arrivati anche male. Infatti, a fronte di cinque licenze sono stati ammessi alla gara “soltanto” sei concorrenti. Era quindi chiaro ed evidente che, appena uno soltanto dei gruppi si fosse ritirato, la gara sarebbe finita. Con pochi concorrenti infatti è molto più probabile che l’asta duri poco e si fermi ad un prezzo relativamente non troppo lontano da quello base fissato alla partenza.

Sin dall’inizio quindi, tutta la vicenda è stata gestita in modo pasticciato e contradditorio. Ed il risultato non poteva allora che essere…un gran pasticcio. Ma dire che è un gran pasticcio non significa affatto dire che è..illegittimo. Il gran pasticcio infatti lo ha fatto l’arbitro-governo che è anche parte in gara visto che in vari consorzi c’è una presenza forte di imprese di Stato. E per di più, ad una di queste, l’Enel, è stato consentito solo dieci giorni fa di comprare Infostrada pagandola 20.000 miliardi di lire e cioè quasi quanto adesso lo Stato incassa per tutte e cinque le licenze Umts. Sarebbe allora assurdo tentare di far ricadere le colpe sui giocatori in campo o sul solo giocatore che ha preferito …uscire dal campo. Partecipare ad un’asta infatti non significa affatto impegnarsi di andare comunque fino in fondo o di partecipare per forza ad un certo e/o ad un dato numeri di rilanci. Se il governo avesse voluto evitare il rischio di una rapida chiusura dell’asta e di un prezzo di assegnazione relativamente modesto, insito naturalmente ed ineluttabilmente in un numero di sei concorrenti a fronte di cinque licenze, avrebbe potuto e dovuto ridurre almeno a quattro le licenze da assegnare. Se così avesse fatto oggi l’asta sarebbe probabilmente ancora in corso ed il prezzo sarebbe già lievitato ben oltre quello stabilito automaticamente ieri al momento del ritiro del consorzio Blu. E’ allora assurdo parlare di turbativa d’asta. A questo punto l’asta è chiusa. Lo Stato incasserà meno di 25.000 miliardi, un quarto dei tedeschi e meno della metà dei francesi che procederanno… a trattativa privata.

D’altro canto appare invece del tutto privo di senso il dibattito sul come spendere i grandi introiti che sarebbero dovuti provenire dalla vendita delle licenze UMTS. In primo luogo perché quei grandi introiti…non si sono realizzati a causa della insipienza di chi ha fissato le regole e gestito le procedure. In secondo luogo perché comunque con 2,5 milioni di miliardi di debito pubblico ogni lira di introiti doveva, deve e dovrà andare a riduzione del debito.

Adesso però, dopo il danno si eviti almeno due beffe per i cittadini.

La prima è la storiella che mira a sostenere che, poiché le imprese hanno pagato “poco” le licenze avremo un sistema di tariffe più basse. Questo è falso. Infatti non sono le tariffe future che dipendono dal prezzo dell’asta, bensì esattamente il contrario. Le imprese infatti debbono valutare ricavi, costi e profitti futuri del mercato. Sulla base di questi profitti futuri attesi l’impresa stabilisce il prezzo che ritiene congruo offrire. Pertanto, adesso, le imprese continuerano a fare le stesse tariffe di mercato previste prima. L’aver pagato meno del previsto la licenza significa soltanto maggiori profitti per loro e, con ogni probabilità, minore spinta a farsi concorrenza l’un l’altro visto che i profitti sono garantiti proprio dal prezzo basso per tutti piuttosto che da una concorrenza più aspra tra tutti.
La seconda è il tentativo di “scaricare le colpe” sul consorzio Blu ed al suo interno sul ruolo della British Telecom. Blu è stato ammesso alla gara, ha partecipato ed ha ritenuto, del tutto legittimamente, di uscire dalla gara. Come in ogni asta, aveva l’impegno a rilanciare finchè..avesse ritenuto opportuno e conveniente farlo. Punto e basta. Le eventuali beghe interne al consorzio tra i diversi componenti sono appunto…beghe interne. Un socio può anche non gradire o non condividere il comportamento di un altro socio. Ma questi sono esclusivamente…affari loro.

Va detto infine e quasi per assurdo che, guardando i numeri, l’asta appare comunque un successo. Infatti oggi il governo incassa quasi 26.000 di lire, pochini rispetto a Gran Bretagna, Germania e Francia, ma comunque ben dieci volte di più di quanto è stato dichiarato come obiettivo dal ministro Cardinale non più di dieci mesi fa e messo nero su bianco nella Gazzetta Ufficiale dello Stato italiano.

 
Fonte: tratto da: "Il Messaggero" del 23 ottobre 2000

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