• lunedì , 3 Ottobre 2022

Italia nella guerra del petrolio

Ma che sta succedendo al prezzo del petrolio? E quali pericoli corriamo sul fronte dell’inflazione?

Negli ultimi anni, con i soli Stati Uniti a fare da locomotiva, la domanda di petrolio si è mantenuta bassa ed il prezzo ha continuato a scendere. Alla fine del 1998 il greggio costava circa 10 dollari al barile. In termini reali era più basso dei 3 dollari al barile del 1973, prima della crisi petrolifera della guerra del Kippur. In quelle condizioni, noi paesi industriali abbiamo goduto di un forte vantaggio. Dall’altra parte però i paesi petroliferi avevano visto ridursi in modo drastico i loro redditi. Proprio per questa ragione, poco più di un anno fa, i paesi dell’Opec (ed anche quelli non direttamente aderenti al cartello) hanno deciso di ridurre la produzione approfittando dell’economia americana che continuava a tirare, del sud-est asiatico in netta ripresa e dell’Europa che dava anch’essa segni di ripresa. Ecco allora che da un mercato favorevole ai compratori siamo passati ad un mercato favorevole ai venditori. Il prezzo è più che raddoppiato in pochi mesi volando verso i 24/25 dollari al barile.

Nello scorso autunno, gli stessi esperti però tendevano a valutare questa impennata come transitoria e destinata a ridimensionarsi nella primavera del 2000. Questa “aspettativa” ha indotto tutti i paesi industriali a rinviare gli acquisti e a non ricostituire le scorte. Adesso, l’inverno non è finito, le scorte sono al minimo e noi paesi industriali siamo in una palese situazione di debolezza. E poiché l’appetito vien mangiando, i paesi produttori hanno mantenuto rigidamente il loro patto interno ed il prezzo è balzato oltre i 30 dollari al barile. Ma allora i paesi petroliferi sono liberi di portare il prezzo del petrolio dove vogliono loro anche oltre i 35 e poi 40 dollari al barile? Certamente no. Per due ragioni: una interna al loro cartello ed una esterna relativa agli effetti che possono prodursi nei paesi industriali. Infatti, da un lato, man mano che sale il prezzo del petrolio aumenta la tentazione di ogni singolo paese petrolifero di produrre di più per ottenere per sé ancora maggiori flussi di reddito. Ma così si rompe il cartello, riprende la concorrenza tra produttori ed il prezzo “si calma”. Dall’altra parte occorre ricordare che se il petrolio si stabilizza attorno o sotto i 25 dollari al barile, l’impatto inflazionistico sui paesi industriali consumatori appare contenuto e sostenibile. Se al contrario il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi attorno ed oltre i 30 dollari al barile, la spinta inflazionistica sui paesi industriali sarebbe piuttosto forte e preoccupante.

Noi dovremmo allora reagire per controllare l’inflazione e questo porterebbe di fatto ad un rallentamento consistente dei nostri tassi di sviluppo. Più inflazione e meno crescita significherebbe inoltre rischi gravi sul fronte dei valori di borsa e pericoli di un forte improvviso avvitamento. Certo, rallenterebbe la domanda mondiale di petrolio ed il prezzo tornerebbe a scendere. Alla fine del giro, però, noi avremmo meno crescita ed i paesi petroliferi meno soldi. Ecco perché appare interesse comune, per noi e per loro, non spingere il prezzo del petrolio troppo in alto e cercare di stabilizzarlo attorno ai 25 dollari al barile. C’è da chiedersi allora come fare per far capire ai paesi petroliferi questo ragionevole compromesso. Greenspan, come presidente della Banca Centrale, ha già messo le mani avanti esprimendo preoccupazioni sull’inflazione da petrolio. Il che prelude a tassi di interesse alti e freno sull’economia. Il presidente Clinton ha invece cominciato a stringere i pugni annunciando come concreta ed operativa arma di dissuasione la eventuale messa sul mercato delle riserve “strategiche” americane di petrolio.

Questo significa rendere disponibili sul mercato privato quantità ingenti di petrolio tenute “in deposito” a soli scopi di emergenza e difesa della sicurezza nazionale. Così il potere di mercato dei venditori può essere fortemente contrastato per arrivare alla fine dell’inverno quando per ragioni di evidente stagionalità la domanda si riduce in modo drastico. Ma anche su questo “fronte petrolifero” emerge la “mancanza” dell’Europa che, per di più, paga due volte: l’alto prezzo del petrolio in dollari e la debolezza dell’euro. Se infatti i quindici paesi europei fossero “una cosa sola” potrebbero anch’ essi mettere in campo le proprie riserve strategiche e le loro quantità si sommerebbero con effetti rilevanti a quelle americane. Se invece uno, singolo e solo paese decidesse sulle sue riserve strategiche sarebbe come aggiungere una piuma o poco più al piatto della bilancia mondiale. Occorrerebbe allora “coordinare” una politica petrolifera comune. Ma mentre in America decide e parla un Presidente, in Europa parlano tutti ma non decide nessuno. E se tutto va bene il coordinamento richiederebbe mesi e mesi di incontri, di confronti e di discussioni. Saremmo già alle soglie dell’estate ed il mercato si sarebbe già calmierato da solo o solo a seguito della “forza americana”. Ecco perché dall’Europa e dall’Italia poco nulla si può fare sul prezzo mondiale del petrolio.

Tra Europa e Stati uniti però c’è un’altra enorme differenza “petrolifera”. Infatti la benzina in America costa circa 600 lire al litro mentre in Europa costa più di tre volte tanto. E poiché il prezzo “industriale” della benzina non è molto diverso (attorno o poco sopra le 500 lire al litro) la differenza è quasi totalmente “fiscale”. Se allora possiamo fare poco sul prezzo mondiale del petrolio, possiamo però fare “qualche cosa” sul prezzo dei prodotti petroliferi e quindi della benzina.

Noi in Italia abbiamo un prezzo della benzina oltre le 2.000 lire: 500 lire circa vanno alle industrie e 1.500 lire vanno al fisco. Per di più, poiché parte delle imposte sono in percentuale, quando aumenta il prezzo della benzina aumenta anche… il gettito fiscale. Le 30 lire “fiscalizzate” in questi mesi, infatti, non sono altro che una parte del maggior gettito generato proprio dall’ aumento del prezzo del petrolio. Inoltre, sul nostro mercato petrolifero, la quota di assoluto predominio, pari a circa il 45% dei consumi nazionali, è posseduta dall’Eni attraverso l’Agip e la IP. Appare quindi un po’ “cerimoniale” un governo che convoca le compagnie petrolifere quando al tempo stesso è il maggiore beneficiario attraverso il gettito fiscale ed è ancora di fatto il proprietario-azionista della compagnia largamente leader sul mercato. Quel “qualche cosa” che si può fare quindi non può che essere l’uso della leva fiscale e l’uso strategico-competitivo sul mercato della compagnia di Stato, almeno finchè dello Stato rimane. La prima leva contrasta con le esigenze del bilancio pubblico, la seconda contrasta con i principi di vere privatizzazioni e liberalizzazioni. Ma allora è inutile fare convocazioni e riunioni. Non resta altro che incrociare le dita.

 
Fonte: tratto da: "Il Messaggero" del 17 febbraio 2000

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